Aspettare. Spesso tutta la nostra esistenza ha a che fare con l’attesa nelle piccole come nelle grandi cose. Aspettare un treno, una persona. Aspettare l’occasione giusta per fare/dire qualcosa. Aspettare il momento giusto. Aspettare che le cose si risolvano. Aspettare i tempi migliori.
Per alcuni l’attesa è snervante, difficile da tollerare, specialmente se non dipende dalla propria volontà. L’attesa diventa un fastidio che vorremmo evitare.
Altre volte, invece, l’attesa assume un sapore dolce e confortante nel quale ci si culla per non prendere una decisione. E così l’aspettare diventa procastinare, diventa credere che qualcosa o qualcuno sceglierà al posto nostro e ci toglierà dal difficile compito di dover scegliere.
In questo periodo ci siamo confrontati tutti con l’attesa, con le sue lusinghe e i suoi tranelli.
Io ad esempio non ho mai amato le attese, dovevo prendere decisioni, agire. Ho sempre detestato le situazioni sospese ed avrei sempre voluto avere la pazienza di quel proverbio cinese ( o forse era giapponese?! boh) che invita a sedersi sul fiume ed aspettare che passi il cadavere del nemico.
Ecco, io avrei sempre voluto imparare ad aspettare senza scalpitare, imparare a credere che le cose arrivino nel momento giusto, senza buttarmi a capofitto, lottare e disperarmi, “piangere, urlare e dire no”(cit) .
Di fronte all’attesa del giapponese/cinese mi chiedevo: e se poi aspetto e non arriva niente? Non dovrei alzarmi da quella riva del fiume e provare a cercare?
Forse la via giusta è a metà, tra il guardare ciò che accade e il saper comprendere e sfruttare il cambiamento. Ma quanto è difficile!?

In questo periodo di stand by e attesa forzata ognuno si è misurato con se stesso e la propria capacità di saper aspettare. E questo non significa affidarsi ad un fato che decida al nostro posto, ma semplicemente essere presenti nel momento in cui si vive. Il famoso qui e ora. Il saper vivere il momento presente senza affannarsi in una proiezione futura, il saper cogliere quanto di bello ci circonda, l’imparare a vedere ciò che abbiamo e non sempre e solo quello che ci manca. E allora l’attesa diventa solo un piccolo tassello, diventa qualcosa di meno snervante. Più che azione è preparazione. Una piccola dose di attesa che può migliorare le cose, può aiutarci a riflettere, a scegliere.
In fondo l’attesa è come una pizza. In questo isolamento abbiamo imparato davvero tutti che per fare la pizza bisogna aspettare 1 giorno di lievitazione. Il risultato non è lo stesso per tutti: può venire bene, può venire bruciacchiata, non lievitata bene, può essere tonda o quadrata, sciapa o salata, perfetta o bruttina. Ma senza l’attesa non ci sarebbe la pizza. Ci siamo anche accorti che il tempo non è un nemico ed attendere non vuol dire perderlo, ma viverlo diversamente. Abbiamo capito che le giornate sono fatte di piccoli rituali, che il futuro si affronta a piccoli passi. Cambiare lo sguardo con cui osserviamo il mondo e noi stessi è forse il primo passo.
Ecco, quando ci sembra di perdere tempo pensiamo alla pizza, da condire senza ansie, fretta, noia. Che dire non so se sto davvero imparando l’arte dell’attesa, ma almeno voglio provarci. Intanto giuro solennemente di non dire più “Che pizza” quando mi annoio 😂


